Il caso Abruzzo non è libertà, è abbandono

In questi giorni assistiamo all’ennesima corsa della politica a mettere la bandierina su una vicenda che richiederebbe, al contrario, equilibrio e competenza. Il sostegno gridato alla famiglia che vive nei boschi in Abruzzo è un esempio perfetto di come la propaganda riesca a trasformare una situazione di evidente fragilità in una battaglia ideologica.

Non c’è nulla di romantico, né di “ribelle”, nel tenere tre bambini fuori dalla scuola, in un contesto privo degli standard minimi di igiene, istruzione e socialità. E non c’è nulla di “libertario” nel rifiutare ogni regola comune mentre si pretende che lo Stato garantisca comunque tutela, servizi e diritti.

La verità è semplice: questa vicenda ricorda da vicino certi fenomeni americani, dove l’isolamento volontario diventa il rifugio di gruppi survivalisti ed estremisti che fuggono dalla società per poi vivere in una bolla paranoica fatta di complotti, autosufficienza mal gestita e diffidenza verso ogni istituzione. In molti casi, negli Stati Uniti, questi “fuori-sistema” finiscono per coincidere con frange armate, anti-governative e profondamente instabili.

Importare quel modello in Italia – e peggio ancora, trasformarlo in una bandiera politica – è irresponsabile.

Un conto è scegliere uno stile di vita alternativo nel rispetto della legge e dei diritti dei minori.

Un altro conto è applaudire chi trasforma l’isolamento in ideologia, e l’incuria in libertà.

Lo Stato ha il dovere di tutelare i più fragili, soprattutto i bambini.

La politica ha il dovere di non strumentalizzare l’evidenza.

E noi abbiamo il dovere di non confondere la libertà con la fuga dalla realtà.