Crisi del voto ed assenza di rappresentanza

Negli anni ’90 abbiamo demolito i partiti invece di colpire i pochi singoli realmente responsabili di corruzione.

La Costituzione riconosce ai partiti un ruolo fondamentale nella vita democratica; la loro delegittimazione ha aperto un vuoto che è stato occupato da antipolitica, populismo e leaderismi senza struttura.

Oggi viviamo le conseguenze.

Dal più piccolo Comune fino al Parlamento, la maggior parte degli eletti non conta più nulla. Non per incapacità, ma perché il sistema è stato costruito per escluderli dai processi decisionali.

Nei Comuni decide il Sindaco, nelle Province il Presidente, nelle Regioni il Governatore, e a livello nazionale decide un Esecutivo sempre più accentrato.

Consigli comunali, regionali e perfino il Parlamento sono diventati luoghi di ratifica, non di decisione.

In questo contesto, tantissimi amministratori, consiglieri regionali, deputati e senatori non hanno alcun potere effettivo. Non possono incidere, non possono intervenire, e spesso non sono messi nella condizione di conoscere o partecipare ai processi decisionali rilevanti.

E questo vale sia per l’opposizione sia per buona parte della maggioranza.

Ed è proprio qui che si comprende l’episodio della “tassa sugli extraprofitti bancari” del 2023.

Il provvedimento fu portato in Consiglio dei Ministri senza che persino il Vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, ne conoscesse il contenuto. Tajani dichiarò pubblicamente di non essere stato informato, e infatti la misura venne corretta e quasi svuotata in poche ore.

Se perfino chi siede ai vertici non è messo nella condizione di sapere, è la prova definitiva della chiusura e della verticalità del sistema.

E allora non stupisce la crisi della partecipazione.

Alle ultime elezioni regionali campane ha votato poco più del 40%.

Ma bisogna dirlo con chiarezza: senza il voto di preferenza ai candidati, l’affluenza sarebbe probabilmente scesa sotto il 20%.

Perché oggi i cittadini, in occasione delle elezioni amministrative, non votano più per un’identificazione politica, ma – sempre più spesso – per motivi personali: affetto, amicizia, parentela, relazioni umane con i candidati.

È la rappresentanza politica ad essere crollata, non il tessuto delle relazioni personali.

La politica tornerà a vivere solo quando ridaremo forza ai partiti come luoghi di partecipazione, e agli eletti come veri protagonisti delle decisioni.

Fino ad allora continueremo ad avere un sistema dove pochissimi decidono per tutti, e la maggior parte dei cittadini sceglie di non decidere più nulla.