Sull’accesso a Medicina: meno propaganda, più verità

Negli ultimi giorni il Ministro Bernini ha liquidato le contestazioni studentesche come semplice opposizione “comunista”. È una scorciatoia comoda, ma sbagliata.
Il problema non è l’ideologia di chi protesta, ma il merito della riforma sull’accesso a Medicina.
Si parla di abolizione del numero chiuso, ma è una rappresentazione fuorviante.
Il numero chiuso non viene eliminato, viene solo spostato.
L’accesso libero al primo semestre o al primo anno non garantisce a nessuno di proseguire: la selezione avviene dopo, attraverso esami e valutazioni interne. In altre parole:
- lo studente si iscrive,
- investe tempo, denaro e un anno della propria vita,
- e solo dopo scopre se può continuare o se viene escluso.
Questo meccanismo è, a mio avviso, più ingiusto del precedente:
- non tutela il merito in modo trasparente,
- rimette il potere selettivo nelle mani delle università, e quindi dei singoli docenti,
- espone gli studenti a una valutazione inevitabilmente disomogenea e discrezionale.
Il rischio concreto è duplice:
- Perdita di un anno di vita per migliaia di ragazzi e famiglie.
- Disincentivo per chi non ha relazioni, appoggi o informazioni privilegiate, perché la selezione non è più uguale per tutti, ma dipende da dove e con chi studi.
Il vecchio sistema aveva molti difetti, ma almeno era chiaro, nazionale e uguale per tutti.
Questo nuovo modello sembra invece produrre incertezza, opacità e un ritorno a logiche che pensavamo superate.
Criticare tutto questo non è comunismo.
È semplice buon senso, ed è difesa del diritto allo studio e del merito reale, non proclamato.
La politica dovrebbe rispondere nel merito, non delegittimare chi pone domande legittime.