Il caso Shahin: capire non significa assolvere

La scarcerazione di Mohamed Shahin ripropone un tema che va affrontato senza slogan e senza ipocrisie.
Le frasi pronunciate sugli attacchi di Hamas contro Israele sono gravi, politicamente e moralmente. Non vanno giustificate, né minimizzate. Ma limitarsi all’indignazione non basta.
C’è una riflessione, antica e scomoda, che vale la pena ricordare. Giulio Andreotti, in Parlamento, osservò che chi cresce per tutta la vita in un campo profughi, senza prospettive, senza futuro, senza dignità, difficilmente diventa un cittadino integrato: molto più facilmente diventa preda dell’odio, del radicalismo, del terrorismo.
Non è un’assoluzione. È una spiegazione.
La sicurezza non si costruisce solo con le manette, così come il terrorismo non nasce nel vuoto. Nasce dove l’assenza di speranza diventa sistema, dove l’umiliazione diventa identità.
Chi riduce tutto a “bene contro male” rinuncia a capire.
E senza capire, non si governa nulla: né l’immigrazione, né il conflitto israelo-palestinese, né la sicurezza interna.
La politica seria distingue tra responsabilità individuali — che vanno perseguite — e cause strutturali — che vanno affrontate.
Il resto è propaganda.