Il paradosso della politica italiana

Il paradosso della politica italiana sta tutto qui.

Oggi l’Italia è guidata da Giorgia Meloni, cresciuta politicamente nella cultura del Movimento Sociale Italiano e poi fondatrice di Fratelli d’Italia: una cultura storicamente di opposizione, identitaria, conflittuale.

Una cultura che l’ha portata al governo, ma che – anche dopo anni a Palazzo Chigi – continua a esprimersi come stile di opposizione applicato al potere. Si governa contro qualcuno, più che per qualcosa.

Dall’altra parte c’è un’opposizione in larga parte populista e urlata, incapace di costruire un’alternativa credibile.

Dentro questo quadro si colloca Matteo Renzi: l’unico con una formazione autenticamente “di governo”, ma anche uno dei principali responsabili del proprio declino politico.

Renzi ha avuto un consenso enorme, ben oltre il 30%, arrivando a sfiorare il 40%.

Lo ha disperso da solo: abbandonando il suo partito, abbandonando il suo elettorato, e soprattutto tradendo quel 40% di italiani che lo aveva seguito nel referendum costituzionale, trasformando una sconfitta numerica in una resa politica.

Invece di rivendicare la forza di quel consenso e guidarlo, scelse di dimettersi e di dissolverlo. Un errore che il suo elettorato non gli ha mai perdonato.

Oggi paga quel tradimento e, paradossalmente, continua a fare un’opposizione nel merito, razionale e argomentata, in un Paese che da vent’anni premia solo quella gridata, semplificata, emotiva.

Così accade che chi governa urla come se fosse all’opposizione, chi è all’opposizione ragiona come se governasse, e il cittadino, ormai assuefatto al rumore, smette di ascoltare entrambi.