Più assunzioni, più tasse: davvero è una vittoria?

È vero: ci sono state più assunzioni. Ed è vero anche che l’inflazione ha fatto salire gli stipendi nominali. Tutto questo ha aumentato le entrate dello Stato. Ma non significa affatto che l’economia stia meglio.

La pressione fiscale è il rapporto tra le entrate dello Stato e il PIL. Aumenta quando le entrate crescono più velocemente dell’economia reale. Ed è esattamente quello che sta succedendo.

Il problema è che il PIL dell’Italia cresce pochissimo, perché l’economia del Paese è sostanzialmente in stagnazione. Le previsioni indicano per il 2026 una crescita intorno allo 0,7–0,8%, tra le più basse dell’Unione europea. Quando la crescita è così debole, basta che le entrate aumentino un po’ di più perché la pressione fiscale salga.

Negli ultimi anni è successo questo: più persone lavorano e quindi pagano tasse e contributi; allo stesso tempo l’inflazione ha fatto crescere gli stipendi solo sulla carta, facendo pagare più imposte senza che le persone siano davvero più ricche.

Il risultato è che lo Stato incassa di più, ma cittadini e imprese non stanno proporzionalmente meglio.

Questo non è un successo economico. È un risultato contabile. Ed è molto diverso dal dire che il Paese è diventato più forte.