Referendum, com’è andata veramente

Quando la propaganda sostituisce la credibilità, il consenso si perde

Il risultato del referendum sulla giustizia va letto con lucidità.

Non ha perso solo una riforma.

Ha perso il modo in cui è stata raccontata.

C’è stato un momento in cui il Sì ha mostrato di poter convincere: quando il confronto è rimasto sul piano tecnico, istituzionale, serio.

Gli interventi di Mulè, Forza Italia, in questo senso, sono stati tra i pochi capaci di tenere il livello alto, entrando nel merito senza scorciatoie.

Poi, però, la campagna ha preso un’altra direzione.

Da parte dei due partiti di governo maggiormente populisti, Fratelli d’Italia e Lega, si è iniziato a sostenere che votare Sì avrebbe evitato casi come quello dei bambini del “bosco” o vicende come Garlasco.

Argomenti emotivi, mediatici, ma del tutto impropri rispetto al contenuto della riforma.

È stato un errore grave.

Perché quando si piega una materia complessa come la giustizia a esempi suggestivi ma giuridicamente inconsistenti, si perde credibilità.

E l’elettore, soprattutto quello moderato, questo lo percepisce.

A questo si è aggiunto un clima generale che ha inciso più di quanto si voglia ammettere.

Un’impostazione politica fatta di dichiarazioni sopra le righe, di ricerca continua dello scontro, fino ad arrivare a posizioni discutibili anche sul piano internazionale.

Sentire, ad esempio, che Donald Trump potrebbe essere candidato al Nobel per la pace non rafforza la fiducia.

La incrina.

Perché dà l’idea di una politica che rincorre il consenso, invece di costruire equilibrio.

Alla fine il referendum è diventato questo:

non un giudizio tecnico sulla riforma, ma una valutazione complessiva di credibilità. E quando la credibilità si indebolisce, il voto cambia direzione.

È una lezione chiara:

su temi seri servono argomenti seri.

Quando prevale la propaganda, perde chi la usa.