Alemanno: basta!

Il garantismo non si scopre quando la cella diventa la propria

Da garantista convinto — e da chi proviene dalla stessa tradizione politica di Gianni Alemanno, il MSI e poi Alleanza Nazionale, di cui è stato dirigente, parlamentare, ministro e sindaco di Roma — accolgo con favore ogni avvicinamento al garantismo. Ma il garantismo non è un abito che si indossa quando la cella diventa la propria.

Per una vita quella cultura ha coltivato il giustizialismo, la pena esemplare, il carcere come risposta. Oggi, da detenuto, Alemanno riscopre la dignità del recluso, il sovraffollamento, i diritti negati. Sono battaglie sacrosante, che molti di noi conducono da tempo. Ma una conversione vale per ciò che insegna, non per ciò che conviene. E qui un dato non va taciuto: Alemanno non è in carcere per scontare la condanna a un anno e dieci mesi per traffico di influenze, ma perché gli è stato revocato l’affidamento ai servizi sociali — la misura che gli consentiva di scontare la pena fuori dal carcere — per gravi e reiterate violazioni delle prescrizioni: gli si è contestato di aver presentato falsa documentazione per giustificare impegni di lavoro ed eludere il programma, e di aver incontrato in più occasioni un pregiudicato. Contestazioni ritenute fondate dai giudici, che gli sono valse il ritorno in cella. È finito dentro, cioè, per non aver rispettato le regole della misura che lo teneva “libero”.

C’è poi un’incoerenza più profonda. Il garantismo non è mai appartenuto alla cultura politica da cui proviene, fatta semmai di giustizialismo e di pena esemplare. E la confluenza del suo movimento in Futuro Nazionale, il partito del generale Vannacci, conferma quanto egli resti intimamente legato a una visione che del garantismo e dei diritti non ha mai fatto una bandiera. Si può predicare garantismo la mattina e riconoscersi la sera in una cultura che ne è l’opposto?

Ma la prova più stridente di questo garantismo di facciata sta nel suo ultimo diario dal carcere. Lì Alemanno magnifica la figura di Gabriele Bianchi — lo definisce “detenuto modello” e vittima di una pena “scontata due volte” — cioè di un uomo condannato all’ergastolo per il massacro di Willy Monteiro Duarte, il ventunenne di origini capoverdiane ucciso di botte a Colleferro nel 2020. Equiparare la propria posizione a quella di chi ha ammazzato un ragazzo a calci non è garantismo. A mio avviso, in quell’elogio c’è un messaggio preciso, rivolto alla parte più torbida e violenta del suo mondo: ed è l’esatto opposto della cultura dei diritti che Alemanno finge oggi di abbracciare.

Il garantismo è un principio, non una corrente alternata: tutela i diritti, non confonde le responsabilità. E si difende per tutti, sempre — non quando conviene.