Report va difeso. Proprio per questo serve chiarezza su Ranucci

Sigfrido Ranucci nello studio di Report

Non sono mai stato un particolare estimatore di Report e spesso non ne ho condiviso impostazione, conclusioni e linea editoriale.

Ma sarebbe intellettualmente disonesto non riconoscere che Report rappresenta da quasi trent’anni uno dei prodotti giornalistici più importanti della Rai.

È una trasmissione nata dall’intuizione di Milena Gabanelli, cresciuta nel servizio pubblico e diventata negli anni un patrimonio editoriale della Rai. Un programma di inchiesta che, proprio perché spesso entra in conflitto con politica, istituzioni e grandi interessi economici, deve essere preservato dalla tentazione di ogni maggioranza di governo di considerarlo un nemico da eliminare.

Per questo non condivido l’idea che Sigfrido Ranucci debba essere sostituito semplicemente perché considerato vicino alla sinistra o perché Report ha realizzato inchieste sgradite al centrodestra. Sarebbe un precedente pericoloso: oggi toccherebbe a Ranucci, domani a qualsiasi giornalista sgradito alla maggioranza del momento.

Ma proprio perché Report deve essere difeso, bisogna distinguere la trasmissione dal suo conduttore.

La vicenda giudiziaria che coinvolge Valter Lavitola pone interrogativi che non possono essere liquidati come un attacco della destra. Ranucci, sia chiaro, allo stato è persona offesa e non imputato per l’attentato subito. La responsabilità penale di altri sarà accertata dalla magistratura.

Il problema che pongo è un altro.

Chi conduce una trasmissione come Report, che costruisce la propria autorevolezza sull’indagine dei rapporti opachi tra politica, affari e potere, deve poter godere di una credibilità personale particolarmente elevata e deve essere percepito come assolutamente indipendente dai mondi sui quali è chiamato a indagare.

I rapporti personali emersi tra Ranucci e Lavitola, al di là di qualsiasi responsabilità penale del giornalista, rendono quindi legittimo porre una questione di opportunità e di credibilità.

Non basta rispondere: “Ranucci è innocente”. Certamente lo è rispetto a qualsiasi responsabilità che non gli sia contestata. Ma qui non stiamo celebrando un processo penale.

Stiamo discutendo dell’autorevolezza necessaria per guidare uno dei programmi d’inchiesta più importanti del servizio pubblico.

Per questo credo che la Rai debba fare esattamente il contrario di ciò che suggerisce la contrapposizione politica: non chiudere o normalizzare Report, ma tutelarlo. E proprio per tutelarlo, fare piena chiarezza sulla posizione del suo conduttore.

Report viene prima di Ranucci.

Così come, prima di Ranucci, è venuta Milena Gabanelli.

Le persone passano. L’indipendenza e la credibilità del servizio pubblico devono restare.

E sarebbe un errore mortale, da parte della Rai e della politica, pensare di risolvere la questione sostituendo Ranucci con un altro conduttore scelto secondo una logica di appartenenza politica, di destra o di sinistra che sia.

Sarebbe anche ipocrita sostenere che Report sia stata, nella sua storia, una trasmissione politicamente neutrale. È nata e cresciuta su Rai 3, all’interno di una cultura editoriale storicamente collocata a sinistra, e questa impronta è stata spesso riconoscibile anche nelle sue inchieste.

Ma questo non cancella il valore giornalistico, editoriale e persino commerciale che Report rappresenta per il servizio pubblico. E soprattutto non giustificherebbe l’errore opposto: trasformare un problema di credibilità del suo attuale conduttore nell’occasione per una lottizzazione di segno contrario.

Se Ranucci dovesse essere sostituito, la Rai dovrebbe cercare una personalità giornalistica di indiscussa autorevolezza, integrità e indipendenza. Non qualcuno chiamato a “compensare” trent’anni di Report con una trasmissione orientata dall’altra parte.

Perché correggere una politicizzazione con una politicizzazione di segno opposto non significa garantire il pluralismo. Significa soltanto cambiare padrone.