Bocchino, un gigante tra i nani

Per anni si è parlato di egemonia culturale della sinistra.

Oggi il centrodestra governa e avrebbe finalmente l’occasione storica di smentire quella narrazione. È proprio adesso, però, che emerge il problema vero: non solo il centrodestra non produce cultura, ma non è nemmeno in grado di individuare riferimenti culturali seri nella storia.

Il centrodestra italiano non ha una genealogia intellettuale chiara.

Non sa collocarsi dentro una tradizione politica solida, non sa riconoscere padri nobili, non sa distinguere tra pensiero, mito e suggestione. Così finisce per muoversi per appropriazione simbolica, spesso maldestra.

Quando si cercano gli intellettuali di destra, quelli veri, il quadro è poverissimo.

Marcello Veneziani ha un pensiero riconoscibile e una coerenza di fondo. Ma il passaggio dalla critica all’amministrazione non ha lasciato tracce significative. Nulla di anomalo: gli intellettuali sono fatti per mettere in crisi i sistemi, non per gestirli.

Pietrangelo Buttafuoco è talento autentico, penna vera. Ma oggi è di fatto estraneo al centrodestra, anche perché è di fede musulmana, vissuta in modo personale e non esibita, mentre quella parte politica ha trasformato l’identità religiosa in bandiera da sventolare.

Emblematico è il caso di Atreju.

Il simbolo culturale della destra prende il nome da un personaggio di fantasia, protagonista de La storia infinita di Michael Ende. Un eroe immaginario, senza alcun legame con una tradizione politica reale. È una scelta rivelatrice: incapacità di produrre riferimenti storici concreti, bisogno di rifugiarsi nel mito inventato.

Lo stesso vale per il ricorso ossessivo all’universo di Tolkien e al Signore degli Anelli. Letteratura affascinante, legittima, ma pur sempre fantasy. Non una visione politica, non un pensiero storico, non una base culturale su cui fondare un’azione di governo.

A volte il centrodestra ha tentato persino di impossessarsi di Nietzsche. Un’operazione retorica povera e superficiale, perché Nietzsche è tutt’altro che facilmente collocabile “a destra”, e ancor meno a destra estrema.

Lo dico con rammarico, perché io nasco di destra.

Ed è proprio per questo che non posso far finta di nulla.

In questo deserto, Italo Bocchino appare come un gigante tra i nani.

Non perché sia un intellettuale – non lo è – ma perché sa comunicare: è lucido, rapido, disciplinato, padrone del mezzo. In un contesto di improvvisazione e confusione, questo basta a farlo emergere.

Ma il punto decisivo è un altro: in Bocchino non c’è nulla di realmente “di destra”.

La sua cifra è tutta mediatica, performativa, costruita sull’immagine. E questa centralità dell’immagine è diventata sempre più evidente anche sul piano personale: ritocchi estetici progressivi, una trasformazione continua dell’aspetto, fino a una somiglianza che richiama quella di Michael Jackson. Non è una questione privata: è il simbolo di una politica ridotta a superficie, rappresentazione, artificio.

Il paradosso finale è semplice:

un comunicatore diventa un riferimento non perché incarni una cultura, ma perché intorno non c’è nulla.

Conclusione amara:

il centrodestra governa, ma non produce cultura e non sa nemmeno a quale cultura riferirsi.

E senza riferimenti, senza pensiero, anche il potere resta vuoto.