Con Pedro Sánchez, contro l’ipocrisia europea

Non appartengo alla sinistra politica di Pedro Sánchez e non condivido necessariamente tutte le scelte del suo governo. Ma proprio per questo ritengo doveroso esprimergli vicinanza di fronte all’attacco concentrico che sta subendo in queste ore.
Quanto accaduto a Ceuta è gravissimo. Decine di migliaia di persone hanno attraversato in poche ore il confine marocchino, in circostanze che difficilmente possono essere liquidate come un fenomeno del tutto spontaneo. Le immagini, le dimensioni dell’operazione e i precedenti rapporti tra Marocco e Spagna impongono almeno una domanda: chi ha consentito che tutto questo accadesse e a chi giova politicamente?
La risposta di diversi governi europei, a partire da quello italiano, è stata invece quella di colpire la Spagna, sospendendo la libera circolazione e trasformando Sánchez nel responsabile di una crisi della quale appare, prima di tutto, la vittima.
Non può essere ignorato che il presidente spagnolo abbia assunto negli ultimi anni posizioni autonome e coraggiose in politica estera. Ha contestato le scelte belliche del governo israeliano, ha riconosciuto lo Stato palestinese e non ha accettato che l’Europa fosse ridotta a semplice esecutrice delle decisioni di Washington. Questa autonomia gli ha procurato avversari potenti.
È già accaduto in Europa che un leader politico venisse progressivamente isolato e delegittimato perché considerato troppo autonomo rispetto agli equilibri internazionali dominanti. Le modalità cambiano: ieri la pressione finanziaria e lo spread, oggi le frontiere, l’immigrazione e la costruzione di una campagna politica internazionale.
Sánchez viene accusato anche di avere aperto indiscriminatamente le porte a mezzo milione di migranti. La realtà è diversa e più complessa. La Spagna ha scelto di regolarizzare, previa verifica dei requisiti, persone che già vivevano nel Paese da mesi, spesso lavorando nell’economia sommersa. Regolarizzare non significa abolire i confini: significa identificare, controllare e far contribuire chi è già presente sul territorio.
Quella scelta può essere discussa e criticata. Ma non può essere trasformata automaticamente nella causa di un ingresso collettivo, improvviso e organizzato attraverso un confine che avrebbe dovuto essere sorvegliato anche dalle autorità marocchine.
Soprattutto, i risultati economici spagnoli smentiscono l’immagine di un Paese allo sbando. Negli ultimi anni la Spagna è cresciuta più delle principali economie europee, ha aumentato l’occupazione e ha iniziato a ridurre il peso del debito pubblico. Rimangono problemi seri, a partire dalla disoccupazione e dalla produttività, ma il governo Sánchez non può essere rappresentato come un fallimento economico.
L’Italia avrebbe dovuto esprimere solidarietà alla Spagna, chiedere chiarezza al Marocco e pretendere una risposta comune dell’Unione europea. Ha preferito invece colpire un Paese alleato nel momento della sua maggiore difficoltà.
Non è questa l’Europa che immagino: severa con gli Stati più deboli, silenziosa con quelli che utilizzano i migranti come arma geopolitica e pronta a isolare chi tenta di esercitare una politica estera autonoma.
Oggi, al di là delle appartenenze politiche, difendere Pedro Sánchez significa difendere la sovranità di una nazione europea e il diritto dell’Europa ad avere una propria voce nel mondo