Il problema non è Vannacci. È quello che resterà dopo Vannacci

Giorgia Meloni e Roberto Vannacci, alle spalle Gianni Alemanno, con la scritta: Vannacci nel centrodestra? Il piano segreto di Alemanno che fa paura a Fratelli d’Italia

Il dibattito di queste settimane sembra concentrarsi su una domanda: il centrodestra si alleerà oppure no con Roberto Vannacci?

Credo che la domanda vera sia un’altra.

Vannacci ormai rappresenta una realtà politica che sarebbe sbagliato sottovalutare. Le sue iniziative raccolgono partecipazione, attorno a Futuro Nazionale si stanno aggregando militanti e amministratori e una parte significativa di questa nuova classe dirigente proviene dalla Lega, soprattutto nei territori nei quali il partito di Salvini è più debole.

Ma il problema politico, a mio avviso, non è Roberto Vannacci.

Il problema è ciò che Vannacci sta rendendo politicamente dicibile e socialmente accettabile.

In pochi anni ha portato nel dibattito pubblico posizioni che la stessa destra italiana, nel lungo percorso che dal Movimento Sociale ha condotto prima ad Alleanza Nazionale e poi a Fratelli d’Italia, aveva progressivamente abbandonato o marginalizzato.

Quando si sostiene che i tratti somatici di un’atleta italiana come Paola Egonu non rappresentino l’italianità; quando l’omosessualità viene ricondotta alla categoria dei “gusti”; quando differenze etniche e religiose tornano a essere rappresentate attraverso una contrapposizione tra una presunta “normalità” e tutto ciò che da essa si discosta; quando persino di fronte alla disabilità si arriva a ipotizzare una scuola organizzata in “classi con caratteristiche separate”, contrapponendo i ragazzi con “grandi potenzialità” a quelli “con più difficoltà”, non siamo più soltanto davanti alle provocazioni di un singolo personaggio politico.

E poi ci sono le parole.

Perché le parole in politica non sono mai neutrali.

“Remigrazione”, divenuta addirittura il titolo di uno dei capitoli centrali del programma di Futuro Nazionale. “Rastrellamento”, termine che appartiene a una memoria storica particolarmente dolorosa del nostro Paese. E, ancora, la teorizzazione nel programma di un “patriarcato mediterraneo”, indicato come un modello da proteggere e associato alla formazione di “maschi forti” chiamati a proteggere le donne.

Parole, concetti e categorie che sembravano consegnati alla storia o comunque ai margini del confronto democratico vengono progressivamente riportati al centro del linguaggio politico.

È questo, forse, il risultato più importante ottenuto da Vannacci: aver spostato il confine di ciò che può essere detto, sostenuto e infine considerato normale nel dibattito pubblico.

Ed è questo che mi preoccupa.

Vannacci utilizza ormai una comunicazione sempre più esasperata, provocatoria, talvolta persino grottesca. È possibile che proprio questa continua necessità di alzare il livello della provocazione finisca, prima o poi, per consumare il personaggio.

Ma le idee sopravvivono alle persone che le hanno rese popolari.

Ed è qui che entra in gioco un elemento che considero politicamente molto più interessante: Gianni Alemanno.

Il movimento da lui fondato è confluito nell’area politica di Vannacci e Alemanno ha già spiegato quale contributo intende offrire: esperienza e capacità di analisi politica.

A differenza di Vannacci, Alemanno possiede una lunga esperienza di partito, conosce profondamente la storia, gli uomini e i meccanismi della destra italiana ed è stato ministro, sindaco di Roma e protagonista per decenni di quella classe dirigente.

Per questo vedo un rischio che oggi può apparire remoto ma che sarebbe superficiale ignorare.

Vannacci potrebbe essere colui che apre lo spazio politico; qualcun altro potrebbe essere molto più capace di occuparlo.

Se Futuro Nazionale riuscisse prima ad assorbire una parte consistente dell’area della Lega e successivamente diventasse il punto di raccolta della destra più radicale, il passaggio successivo potrebbe riguardare direttamente Fratelli d’Italia e quella parte della sua classe dirigente che considera troppo moderata l’evoluzione impressa da Giorgia Meloni al partito dopo l’arrivo a Palazzo Chigi.

Ed ecco allora il vero dilemma del Presidente del Consiglio.

Un’alleanza con Vannacci potrebbe risultare elettoralmente conveniente, forse persino decisiva per vincere le prossime elezioni.

Ma potrebbe contemporaneamente contribuire a legittimare e strutturare il soggetto politico destinato, nel medio periodo, a contendere a Fratelli d’Italia la rappresentanza della destra italiana.

È una scelta tra convenienza elettorale immediata e sopravvivenza strategica.

E non riguarda soltanto Giorgia Meloni.

Riguarda l’intero centrodestra italiano.