La lunga strada che porta a Vannacci

Ogni fenomeno politico che raccoglie consenso merita di essere compreso prima ancora che giudicato. Vale anche per Roberto Vannacci.

L’errore che molti commettono consiste nel considerarlo un incidente della storia o il semplice prodotto di una comunicazione aggressiva. In realtà, Vannacci non nasce dal nulla. È il risultato di una trasformazione culturale che attraversa l’intero mondo occidentale, dagli Stati Uniti all’Europa.

Negli Stati Uniti questa trasformazione ha trovato una delle sue espressioni più evidenti nell’ascesa di Donald Trump. In Europa assume forme diverse da Paese a Paese, ma presenta caratteristiche comuni: la crescita delle paure identitarie, la sfiducia verso le élite tradizionali, la percezione di insicurezza economica e sociale e la ricerca di risposte semplici a problemi sempre più complessi.

Per comprendere il fenomeno Vannacci bisogna partire da un dato evidente: idee e linguaggi che fino a pochi anni fa sarebbero rimasti confinati ai margini del dibattito pubblico oggi occupano il centro della scena politica.

In questo processo il ruolo di Matteo Salvini è stato decisivo.

La sua strategia ha risposto a un obiettivo preciso: trasformare la Lega da partito territoriale del Nord in una forza nazionale capace di competere per la guida del Paese. Per riuscirci ha spostato il baricentro del dibattito pubblico verso i temi dell’identità, della sicurezza e dell’immigrazione, ottenendo una crescita straordinaria del consenso.

La Lega ha svolto anche un’altra funzione. Provenendo da una tradizione politica diversa da quella della destra post-missina, è riuscita a rendere politicamente praticabili argomenti che fino a quel momento erano rimasti confinati in aree marginali del dibattito pubblico.

Quella strategia ha però mostrato rapidamente i suoi limiti. Dopo aver raggiunto livelli di consenso eccezionali, la Lega non è riuscita a consolidarli. Errori politici rilevanti, a partire dalla crisi del primo governo Conte nel 2019, hanno aperto una fase di rapido declino.

Il consenso costruito attorno a quei temi non è però scomparso. Ha semplicemente cambiato destinatario. Una parte significativa di quell’elettorato si è spostata verso Fratelli d’Italia e oggi guarda con interesse anche a Vannacci.

Esiste poi un altro elemento che aiuta a comprendere il fenomeno.

Sia Salvini sia Meloni hanno costruito una parte importante del loro consenso promettendo risposte semplici a problemi complessi, soprattutto sui temi dell’immigrazione, della sicurezza e dell’identità nazionale.

Una volta arrivati al governo si sono però confrontati con la realtà. I vincoli internazionali, le regole europee e la complessità delle istituzioni democratiche hanno reso molte promesse molto più difficili da realizzare di quanto apparisse durante le campagne elettorali.

Le paure che avevano alimentato quel consenso non sono scomparse. Le aspettative non sono state soddisfatte. E la delusione ha creato nuovo spazio politico.

È dentro questo spazio che oggi tenta di inserirsi Vannacci. Egli si propone come colui che sarebbe disposto a fare ciò che altri hanno promesso senza riuscire a realizzare.

Vi è però una distinzione fondamentale che non dovrebbe essere ignorata.

Una cosa è discutere del rimpatrio degli immigrati irregolari o di chi non possiede titolo per permanere nel territorio nazionale. Si tratta di una posizione politica che può essere condivisa o contestata e che resta pienamente collocata all’interno del confronto democratico.

Altra cosa è attribuire all’identità nazionale una dimensione etnica, razziale o religiosa.

Quando si afferma che una cittadina italiana di colore non sarebbe rappresentativa dell’Italia, oppure quando si sostiene che una determinata appartenenza religiosa renda una persona estranea alla comunità nazionale, il discorso non riguarda più soltanto le politiche migratorie.

Si entra in un terreno diverso. Un terreno nel quale l’appartenenza alla comunità nazionale viene fatta dipendere dall’origine etnica, dalle caratteristiche somatiche, dalla cultura o dalla religione piuttosto che dall’adesione ai principi costituzionali e alle regole democratiche.

La storia insegna che questi passaggi meritano sempre attenzione.

Anche il nazionalsocialismo tedesco, nelle sue fasi iniziali, non si è presentato immediatamente con le forme più estreme che oggi associamo alla sua memoria storica. Prima delle persecuzioni e dello sterminio, una parte importante della politica antiebraica ha perseguito l’obiettivo di favorire l’emigrazione degli ebrei dalla Germania.

Naturalmente nessuna persona seria può sostenere che le proposte di Vannacci siano assimilabili a ciò che il nazismo è successivamente diventato. Le differenze storiche, politiche e giuridiche sono enormi.

Tuttavia sarebbe altrettanto sbagliato ignorare una somiglianza che riguarda il metodo e non gli esiti. In entrambi i casi il problema viene affrontato non attraverso l’integrazione o l’assimilazione, ma attraverso l’allontanamento di gruppi considerati estranei alla comunità nazionale.

Non è una prova che la storia si ripeta. È un invito a osservare con attenzione la direzione verso la quale determinate idee possono evolvere.

Per questo il fenomeno Vannacci non può essere liquidato come una semplice provocazione. Esso rappresenta un sintomo. Il sintomo di una società che vive insicurezze, paure identitarie, sfiducia verso le élite tradizionali e ricerca di risposte semplici a problemi complessi.

In questo senso, Vannacci non è la causa principale del cambiamento culturale che osserviamo. Ne è piuttosto uno degli effetti più visibili.

Per comprendere ciò che potrebbe accadere domani è utile ricordare una frase di Robert Anton Wilson:

«The only clue to what man can do is what man has done.»

«L’unico indizio su ciò che l’uomo può fare è ciò che l’uomo ha già fatto.»

Il vero interrogativo, quindi, non è chi sia Vannacci.

Il vero interrogativo è quale trasformazione culturale abbia reso possibile il suo successo.

Perché Vannacci non nasce dal nulla. È il prodotto di un cambiamento che l’Occidente vive da anni e che molti hanno preferito ignorare finché non è diventato impossibile non vedere.