Meloni al bivio

Governare significa scegliere anche cosa non dire. Perché alcune parole, se non diventano azione, finiscono per rafforzare chi governa meno e promette di più.

Negli ultimi anni Giorgia Meloni ha consapevolmente sdoganato un linguaggio e un immaginario di destra radicale, talvolta nostalgico. È stata una scelta politica, efficace sul piano del consenso. Oggi però quello stesso terreno inizia a produrre effetti non controllabili.

La nascita del progetto politico di Roberto Vannacci non nasce nel vuoto: coltiva un campo che altri hanno preparato. E qui si apre il vero problema per Meloni.

Da Presidente del Consiglio, infatti, quel linguaggio non può tradursi in atti di governo: ci sono i vincoli costituzionali, il ruolo del Presidente della Repubblica e soprattutto l’appartenenza all’Unione Europea.

Il rischio è evidente: estremizzare il linguaggio senza poterlo trasformare in azione, lanciando messaggi identitari che rafforzano chi può permettersi di essere radicale perché non governa. In questo scenario, i frutti politici rischia di raccoglierli più Vannacci che Meloni.

Da qui il bivio.

O insistere sull’estremizzazione, accettando di fare da incubatore politico a una destra ancora più radicale.

Oppure invertire la rotta e costruire un centrodestra moderato, popolare, liberale, capace di governare senza nostalgia e senza regalare spazio a chi vive di radicalità.

Le scelte di linguaggio oggi non sono neutre.

Possono consolidare un’area di governo.

Oppure preparare il terreno per altri.