Più lavoro, meno futuro

Negli ultimi mesi leggiamo titoli che parlano di record occupazionali, di tasso di disoccupazione ai minimi storici, di più persone al lavoro che in passato. Sono dati veri, certificati dall’ISTAT. Eppure la percezione diffusa — nelle famiglie, tra le imprese, tra i professionisti, soprattutto tra i giovani — è quella di un Paese in difficoltà, con salari che non tengono il passo, prospettive incerte e un futuro fragile. Non c’è contraddizione: c’è un problema di qualità dello sviluppo.

L’Italia oggi lavora di più, ma non produce proporzionalmente di più. Il PIL reale è fermo, siamo in stagnazione, e questo significa che l’aumento dell’occupazione non si traduce in aumento di ricchezza. Si crea lavoro soprattutto in settori a basso valore aggiunto, spesso precari e mal retribuiti. È un’occupazione che assorbe, non che traina. Per questo la produttività scende, i salari reali restano fermi e la sensazione di impoverimento resta, nonostante i numeri formalmente positivi.

A questo si aggiunge l’effetto dell’inflazione. Ha fatto crescere i salari nominali e il gettito fiscale, ma non il potere d’acquisto. Ha fatto salire la pressione fiscale perché le entrate aumentano più del PIL, mentre famiglie e imprese faticano di più. Lo Stato incassa di più, ma il Paese non sta meglio.

Il punto più delicato riguarda i giovani. L’Italia resta tra gli ultimi in Europa per quota di laureati e tra quelli con maggiori difficoltà di inserimento lavorativo per i giovani qualificati. E negli ultimi anni la fuga all’estero si è accentuata. Tra il 2019 e il 2023 circa 192.000 giovani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia, con un saldo netto negativo di circa 119.000 unità. Nel biennio 2022–2023 la quota di laureati tra i giovani emigrati è salita a oltre il 50%, contro circa il 30% nel decennio precedente. Nel 2024 gli espatri sono ulteriormente aumentati, soprattutto nelle fasce più giovani. Questo significa che oggi se ne vanno non solo più giovani, ma soprattutto i più formati.

Non è una mobilità fisiologica: è una perdita strutturale di capitale umano. Giovani che il Paese ha formato e che non riesce a trattenere perché non offre salari adeguati, prospettive di carriera e contesti competitivi.

C’è poi un fenomeno meno visibile: l’abbandono della ricerca del lavoro. Molti giovani scoraggiati smettono di cercare. Non risultano più disoccupati, diventano inattivi. Questo abbassa il tasso ufficiale di disoccupazione senza che il mercato del lavoro sia davvero più sano.

Il risultato è che l’Italia non è in recessione, ma non è in crescita. Non è ferma perché nessuno lavora, è ferma perché si lavora in modo poco produttivo, si investe poco, si innova poco e si perdono le energie migliori. Il Paese occupa di più, ma sviluppa di meno.

Per questo parlare solo di record occupazionali è fuorviante. La questione non è quante persone lavorano, ma che lavoro fanno, quanto produce quel lavoro, quanto viene pagato e che futuro costruisce. Senza crescita, senza produttività e senza valorizzazione dei giovani, i numeri possono anche migliorare, ma la realtà economica e sociale resta fragile. E la politica dovrebbe occuparsi esattamente di questo: non di celebrare statistiche, ma di cambiare le condizioni che le generano.